Interventi
21 February 2021

Ilva e Whirlpool, casi emblematici. Ora una politica industriale seria

Sullo sfondo generale di incertezza economica e sociale dovuta al perdurare della  pandemia, si stagliano con le loro specifiche difficoltà le crisi aziendali – prime fra tutte  Ilva e Whirlpool – che la sostanziale inazione degli ultimi due Governi sul terreno della  politica industriale ha finito per rendere sempre più aggrovigliate. Oggi, con una nuova 

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Sullo sfondo generale di incertezza economica e sociale dovuta al perdurare della  pandemia, si stagliano con le loro specifiche difficoltà le crisi aziendali – prime fra tutte  Ilva e Whirlpool – che la sostanziale inazione degli ultimi due Governi sul terreno della  politica industriale ha finito per rendere sempre più aggrovigliate. Oggi, con una nuova  irruzione della magistratura nella vicenda Ilva e l’incombere a fine marzo dei  licenziamenti sui lavoratori Whirlpool, i nodi vengono al pettine e investono il Governo  Draghi già all’indomani del suo insediamento. 

La sentenza con cui il TAR di Lecce ha dato il via libera – a quasi un anno di  distanza – all’ordinanza del Sindaco di Taranto, che impone alla ex-Ilva lo spegnimento  dell’area a caldo, e la richiesta di confisca degli impianti del siderurgico avanzata dal  Pubblico Ministero del processo “Ambiente Svenduto”, introducono elementi di grave  incertezza riguardo al futuro dello stabilimento. Sono fattori che costituiscono ostacoli  oggettivi sulla strada del possibile impegno di qualsiasi soggetto imprenditoriale, privato  o pubblico che sia, a investire per il rilancio produttivo e il risanamento ambientale del  sito di Taranto.  

Sono elementi di incertezza che si aggiungono a quelli dovuti alla demolizione  del sistema di regole inaugurata dal Governo gialloverde con la revisione  dell’Autorizzazione integrata ambientale avviata nell’aprile 2019, e mai conclusa, e con  la cancellazione della norma che evitava che potesse essere perseguito penalmente il  management impegnato nell’applicazione dell’AIA, cioè della legge. Né quell’opera di  demolizione ha mai trovato correzione da parte del Governo giallorosso. Ed è  preoccupante che l’acme dell’incertezza venga raggiunto proprio alla vigilia dell’ingresso  di Invitalia, e quindi del capitale pubblico, nella compagine azionaria della ex-Ilva. 

Sta ora al Governo Draghi tentare di dipanare la matassa aggrovigliatasi negli  ultimi due anni, ricostituendo il quadro di regole necessario a dare certezza alle scelte e  alle azioni che – qualsiasi esse siano – si deciderà di adottare per il futuro dello  stabilimento. Se la scelta sarà – come ritengo sia nell’interesse del territorio tarantino, del 

Mezzogiorno e del nostro Paese – quella di puntare sull’obiettivo di coniugare lavoro,  ambiente e salute, allora è urgente che il Piano industriale e ambientale alla base  dell’ingresso di Invitalia venga chiarito non solo nelle sue coordinate generali ma in tutte  le sue articolazioni, nelle risorse che verranno messe in campo e nella tempistica di  attuazione. E venga, nel caso, messo a confronto con eventuali piani alternativi che però,  per essere presi in considerazione, devono possedere caratteristiche equivalenti di  realismo, sostenibilità finanziaria e risultati ambientali e occupazionali. 

A sua volta, la vicenda Whirlpool sta a segnalare che, quando si ha a che fare con  una crisi aziendale, non c’è artificio comunicativo e demagogico che possa sostituire  l’azione seria e metodica volta a predisporre le condizioni per una soluzione concreta.  Quando, nella primavera 2019, l’azienda comunicò l’intenzione di chiudere la produzione  di lavatrici nel sito di via Argine, il Governo di allora si limitò a fare la “voce grossa” e a  sposare nel negoziato la posizione sindacale “o lavatrici o niente”, una posizione  purtroppo miope e senza sbocco di fronte alla rigidità della multinazionale americana. Si  rinunciò così a incalzare l’azienda affinché si impegnasse in quella diversificazione  produttiva e in quel coinvolgimento di altri imprenditori cui a suo tempo si era dichiarata  disponibile. Né poi si è mai corretto il tiro neanche con il Governo successivo. Il risultato drammatico è davanti ai nostri occhi: attività produttiva ormai ferma, 420 lavoratori a  rischio e con essi un sito produttivo importante per tutto il territorio. 

Non sarà ora facile per il nuovo Governo riannodare i fili del confronto e del  negoziato. Ma è assolutamente necessario: la solidarietà vera, non di facciata, con i  lavoratori Whirlpool consiste nel tentatvio concreto di individuare una soluzione  imprenditoriale capace di stare sul mercato e di offrire quindi solide prospettive di  occupazione produttiva. E sta nel predisporre politiche di formazione e riqualificazione  coerenti con questa prospettiva. Non è detto purtroppo che si riesca a trovare la soluzione,  e in tal caso bisognerà assicurare ai lavoratori Whirlpool come a quelli di altre aziende in  crisi un sistema di ammortizzatori sociali finalmente adeguato a favorire il  ricollocamento.  

Una cosa oggi sappiamo bene: c’è assoluto bisogno di una politica industriale e di  una politica attiva del lavoro, senza la pretesa impotente di forzare il mercato ma con la  determinazione fattiva a guidarlo.

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