Interventi
28 November 2018

Sulla banda ultralarga un importante passo avanti bipartisan

Il progetto Banda Ultralarga cruciale per lo sviluppo del Paese. Dal Senato un passo avanti importante

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A guardarlo senza preconcetti, e stando al merito dei problemi, si può senz’altro sostenere che il passaggio normativo compiuto l’altra sera in Commissione Finanze al Senato, con l’emendamento in materia di Banda Ultralarga, introduce uno strumento in più per favorire lo sviluppo della rete in fibra nel rispetto delle autonome dinamiche di mercato. Ed è un segnale significativo che, nonostante i forti dissensi sull’insieme del decreto in discussione, le opposizioni su questo punto abbiano potuto mantenere un atteggiamento non pregiudiziale nel merito.

Il punto di partenza per discutere di questo tema così importante per il futuro del nostro Paese non può che essere la configurazione concreta che sta assumendo il mercato delle reti di nuova generazione come descritta dalla mappa che, sulla base di ripetute consultazioni degli operatori, è stata elaborata da Infratel, la società pubblica incaricata di assicurare l’obiettivo della copertura in fibra anche delle parti meno attrattive del territorio nazionale.

In sintesi, la mappa individua le aree cosiddette nere, dove le caratteristiche del territorio e degli insediamenti determinano condizioni di mercato remunerative per gli investimenti sulla fibra, le aree cosiddette bianche, dove non vi sono adeguate convenienze di mercato, e infine quelle intermedie, cosiddette grigie. Per le aree bianche, dove la rete non può che essere realizzata con il contributo di fondi pubblici, Infratel è stata incaricata di affidarne la costruzione e gestione tramite gara europea. Nelle aree nere è in corso la cablatura spontanea da parte degli operatori. Per le aree grigie si sta definendo con la Commissione Europea uno schema di incentivazione che le renda sufficientemente attrattive.

Come è noto, sia Tim (operatore verticalmente integrato rete-servizi) che Open Fiber (operatore di sola rete), e in parte Fastweb, stanno investendo nelle aree a convenienza di mercato, mentre nelle aree bianche le gare svoltesi finora hanno visto prevalere Open Fiber, che sta ora procedendo con il programma di cablatura. La direzione politica impressa dal Governo con il Piano Banda Ultralarga del 2015 ha consentito quindi di sbloccare una situazione che si trascinava da tempo e che rischiava di provocare un grave ritardo del nostro Paese nel contesto internazionale: in particolare, le gare per le aree bianche hanno dato il segnale agli operatori del settore che l’avvento della Banda Ultralarga non era più rinviabile, spingendo ad accelerare anche gli investimenti sulle aree nere.

L’emendamento approvato trae ispirazione proprio da questo processo avviato negli anni passati in linea con la strategia europea. La norma attribuisce all’Autorità di garanzia delle comunicazioni – ove si determini una aggregazione volontaria delle reti in fibra in capo a un operatore non verticalmente integrato e di proprietà terza rispetto agli operatori di servizio – la possibilità di applicare meccanismi tariffari incentivanti degli investimenti, analoghi a quelli in vigore in altri settori regolati, per esempio per le reti energetiche. Ferma restando quindi l’autonomia di scelta degli operatori, una eventuale aggregazione volontaria delle infrastrutture in una società di rete non verticalmente integrata può incontrare sul versante regolatorio un quadro di riferimento standard per questo tipo di società, che invece non può per norma applicarsi a operatori che gestiscono reti in concorrenza tra loro.

Da alcuni sono stati paventati due rischi: un aumento delle tariffe di accesso alla rete e l’emergere di esuberi occupazionali nell’operatore prevalente, cioè Tim. Il primo rischio non sembra fondato: in linea di massima l’aggregazione, evitando la duplicazione della rete in fibra nelle aree nere e grigie, riduce il costo complessivo della realizzazione e gestione dell’infrastruttura, quindi contiene le tariffe rispetto a quelle corrispondenti a reti duplicate. Ma l’aggregazione dovrebbe ridurre anche il secondo rischio, che invece esiste oggi a causa della sottoutilizzazione prospettica dell’infrastruttura Tim derivante dalla ripartizione della clientela anche sulle reti concorrenti. Una infrastruttura unificata, infatti, contrasterebbe in misura significativa il problema di eventuali esuberi.

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