Interventi
17 January 2021

Sedici mesi di ambiguità alla radice della crisi di Governo

La crisi di Governo si è aperta con una connotazione di scontro personale tra il leader di Italia Viva e il Presidente del Consiglio, e questo è sicuramente uno degli aspetti che rendono difficile individuare il bandolo della matassa. Ma sarebbe sbagliato non cogliere che all’origine dell’impasse stanno ambiguità interne alla (ex)maggioranza, che non sono

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La crisi di Governo si è aperta con una connotazione di scontro personale tra il leader di Italia Viva e il Presidente del Consiglio, e questo è sicuramente uno degli aspetti che rendono difficile individuare il bandolo della matassa. Ma sarebbe sbagliato non cogliere che all’origine dell’impasse stanno ambiguità interne alla (ex)maggioranza, che non sono state affrontate e risolte nei sedici mesi di vita del Conte 2.

E’ giusto non dimenticare i due principali risultati positivi conseguiti nel corso di questa esperienza di Governo: la gestione della prima ondata della pandemia, quando il nostro Paese è stato investito per primo in Europa, fronteggiando grandi e imprevedibili difficoltà; il successo ottenuto nel chiedere e ottenere un cambio di passo dell’Unione Europea, concretizzatosi in particolare nelle risorse messe a disposizione da Next Generation EU. Difficilmente risultati simili sarebbero stati conseguibili da un Governo di segno sovranista e negazionista, come quello che il leader della Lega prefigurava nel luglio del 2019. 

L’appannamento dell’azione di Governo è iniziato all’indomani di questi due successi. Prima, con una legge di bilancio che è risultata spiazzata in partenza dalla seconda ondata pandemica e ha finito col distribuire risorse in modo variegato e incoerente, invece di precostituire un fondo di riserva che consentisse di gestire i passi successivi dell’emergenza coronavirus senza bisogno di ripetuti sforamenti del disavanzo. Poi, con la perdita di coerenza del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR): quando dal quadro generale, condivisibile, di obiettivi e missioni si è passati alla specificazione delle linee di intervento su cui allocare gli oltre 200 miliardi disponibili, il filo del Piano si è perso in una proliferazione di interventi minuti e nel sottodimensionamento di programmi decisivi per il futuro del Paese. 

E’, questo, il frutto indesiderato ma inevitabile della rinuncia a sciogliere le ambiguità cui accennavo all’inizio e di cui qui mi limito a sottolineare quelle riguardanti tre capitoli chiave di politica economica: finanza pubblica, investimenti in infrastrutture, politica industriale.

La sospensione da parte dell’Unione Europea del Patto di stabilità è stata vissuta nei fatti, al di là di qualche dichiarazione d’intenti, come “tana libera tutti” sul fronte del bilancio, dimenticando – per riprendere l’espressione di Mario Draghi – che il debito è “buono” se predispone le condizioni per la crescita ed è “cattivo” se sperpera risorse in particolarismi. I ristori rispondono al primo criterio, evitando il collasso di attività produttive e limitando le sofferenze sociali, ma non c’era alcun bisogno di accompagnarli con misure estranee sia all’urgenza del momento che al rilancio degli investimenti.

Per quanto riguarda le infrastrutture, è ora di chiarire che sono fondamentali proprio nel quadro della transizione verde: ferrovie, logistica e portualità, manutenzione delle strade e mobilità intelligente, rigenerazione urbana, reti energetiche, reti idriche, impianti di chiusura del ciclo rifiuti, sono essenziali per tutelare l’ambiente. E non è davvero necessario ricordare su queste colonne che di questi interventi il Mezzogiorno ha urgente bisogno.

Infine, è ora di ritrovare il valore dell’imprenditorialità e del lavoro competente, il valore del saper fare e saper innovare: la politica industriale non ha bisogno di ingerenze politico-burocratiche, ma di sostegni automatici che premino le imprese che investono e innovano. E Industria 4.0 va portata al Sud con incentivi addizionali per chi investe, il contrario dei sussidi a pioggia.  

Nel settembre 2019, all’indomani della formazione del Governo giallo-rosso, scrivevo che sarebbe stato necessario un salto di qualità culturale dei partiti che lo componevano, per affrontare questi capitoli di politica economica in modo che ogni forza della maggioranza potesse ritrovarsi in una sintesi più avanzata. Lo stallo a cui si è arrivati segnala che questa sintesi non è stata costruita. 

A soffrirne di più sono Italia Viva e il Partito Democratico. La prima sconta la scelta originaria di costituirsi come forza di interdizione, precludendosi la possibilità di contribuire attivamente alla linea dell’esecutivo. Il PD sconta la rinuncia ad affermare una propria visione, coerente con l’azione di governo con cui nella passata legislatura aveva riavviato il motore della ripresa italiana, per accontentarsi invece di salvaguardare comunque la tenuta della maggioranza. Ben altra evoluzione avrebbe potuto avere la politica del Conte 2 se queste forze avessero giocato in tandem la partita per l’egemonia, affermando le priorità di politica economica che ricordavo sopra.

Oggi, uscire dalle ambiguità è condizione indispensabile per approdare a una configurazione governativa all’altezza delle difficili sfide che stanno davanti all’Italia e all’Europa.

Articolo del 17 gennaio 2021 per il Corriere del Mezzogiorno

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