Interventi
09 February 2020

La Chiesa e l’umanesimo dei saperi: l’ambiente diventa snodo cruciale

E’ di ieri l’annuncio che il 24 maggio, nel quinto anniversario dell’enciclica Laudato si’, Papa Bergoglio visiterà la Terra dei Fuochi, mentre proprio in questi giorni Bari si prepara a ospitare il 23 febbraio la sua visita in occasione della riunione dei vescovi dei Paesi del Mediterraneo. Tra queste due date, l’incontro di fine marzo

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E’ di ieri l’annuncio che il 24 maggio, nel quinto anniversario dell’enciclica Laudato si’, Papa Bergoglio visiterà la Terra dei Fuochi, mentre proprio in questi giorni Bari si prepara a ospitare il 23 febbraio la sua visita in occasione della riunione dei vescovi dei Paesi del Mediterraneo. Tra queste due date, l’incontro di fine marzo del Pontefice ad Assisi con duemila giovani economisti, imprenditori e imprenditrici su “L’economia di Francesco”. Difficile non riconoscere in questi appuntamenti una rinnovata attenzione della Chiesa, sulle orme di Giovanni XXIII, verso i “segni dei tempi”: in questo caso verso la questione ambientale, il Mezzogiorno, la nuova centralità del Mediterraneo nello scenario internazionale. 

Una attenzione che trova il suo filo conduttore proprio nella Laudato si’ e che, per il rilievo dei temi e per lo spessore dell’elaborazione sottesa all’enciclica, sollecita un confronto a tutto campo, tra credenti e non credenti e tra impostazioni di pensiero diverse. Ed è per questo che l’evento di Assisi sta dando vita a numerosi incontri preparatori, tra cui quello cui ho partecipato qualche giorno fa a Benevento su iniziativa dell’associazione CIVES – Laboratorio di formazione al bene comune e di Confindustria. 

Non è davvero un caso che la Laudato si’ rechi nel suo stesso titolo – preso dal Cantico delle creature – il riferimento esplicito a san Francesco: il perno dell’enciclica sta infatti nella ricerca di una “cultura ecologica” intesa non semplicemente come insieme di rimedi tecnici ma come “sguardo diverso”, come “un pensiero, una politica, uno stile di vita” che trae insegnamento dalla capacità del santo di Assisi di vivere “in una meravigliosa armonia con gli altri, con la natura e con se stesso”. 

Ora, scienza e tecnologia sono in grado di “produrre cose realmente preziose per migliorare la qualità della vita dell’essere umano” ma – e qui è il cuore della critica proposta dall’enciclica – si è ormai affermato un “paradigma tecnocratico omogeneo e unidimensionale” che punta a “estrarre tutto quanto è possibile dalle cose”. Ed è da questa torsione tecnocratica che il testo fa derivare i danni all’ambiente e quella “cultura dello scarto” che finisce per trattare come scarti anche gli esseri umani che restano ai margini della società. A questo l’enciclica contrappone una “ecologia integrale che comprenda le dimensioni umane e sociali” per affrontare “una sola e complessa crisi socio-ambientale”: “la protezione dell’ambiente dovrà costituire parte integrante del processo di sviluppo” così come l’inclusione in quel processo di tutti senza distinzioni; e a questo fine vi è “necessità impellente dell’umanesimo, che fa appello ai diversi saperi”. In ciò sta il nocciolo di quell’economia di Francesco che proprio al santo di Assisi intende ispirarsi.

E’ innegabile la forza di questo messaggio e come esso incroci esigenze pressanti del nostro tempo: la svolta verso lo sviluppo sostenibile portata alla ribalta dai giovani dei Fridays for Future e che la nuova Commissione Europea sta cercando di recepire nel suo programma; la lotta alle diseguaglianze e le politiche di coesione che, nel nostro Paese, significano prima di tutto colmare il divario Nord-Sud; l’inclusione nei meccanismi della crescita di tutte le aree del pianeta che suona, per l’Europa, come spinta a cogliere l’importanza per il suo stesso futuro dello sviluppo della sponda Sud del Mediterraneo e dell’insieme del Continente africano.

Il punto da affrontare però è come questo “sguardo diverso” che deve innervare “l’economia di Francesco” si traduca in precise scelte operative, sciogliendo nodi assai complessi come la storia recente e lontana ci insegna. Aiuta qui il riferimento della Laudato si’ alla necessità dell’umanesimo, a una cultura che sappia fare ricorso ai diversi saperi di tipo scientifico, tecnologico, economico. Ma, a mio avviso, dalla lettura emerge proprio a questo riguardo un rischio inerente la visione prospettata dall’enciclica. 

Penso che la tesi della pervasività di un “paradigma tecnocratico omogeneo e unidimensionale” può, senza volerlo, alimentare nei confronti di scienza e tecnologia pregiudizi e sospetti che finiscono per ostacolare proprio l’affermazione di quell’umanesimo di cui l’enciclica rivendica giustamente l’assoluta necessità. In realtà, scienza e tecnologia sono essenziali al fine di individuare la strada concreta per realizzare uno sviluppo sostenibile. E’ necessario perciò fare leva sulla positività che la Laudato si’ attribuisce alle “peculiari capacità di conoscenza, volontà, libertà e responsabilità” dell’essere umano per evidenziare come la tutela dell’ambiente passi per l’intervento consapevole dell’uomo e come questo richieda la valorizzazione di quei saperi contro la loro negazione regressiva.

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