Interventi
17 Febbraio 2019

Il Mezzogiorno accetti la sfida senza accontentarsi delle briciole

Autonomia, il Mezzogiorno non stia a guardare ma rilanci fissando paletti robusti e rifiutando il piatto di lenticchie del “sussidio di cittadinanza”

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Ora che i nodi vengono al pettine, il gioco si fa duro nella partita tra autonomia regionale nel quadro dell’unità nazionale e secessione strisciante. E, come ho già argomentato su questa rubrica, è interesse di tutti gli italiani e della salvaguardia dei loro diritti fondamentali di cittadinanza che quella partita si risolva a favore dell’autonomia e non della secessione. Il Mezzogiorno può e deve entrare da protagonista nel campo di gioco – come ha giustamente colto il Presidente della Regione Campania – ma a questo scopo deve avanzare proposte precise, in grado di incidere sul confronto in atto. Proposte di merito e di metodo.

Le prime bozze d’intesa filtrate nei giorni scorsi – e ci sarebbe molto da dire sulla totale assenza di trasparenza che finora ha caratterizzato la procedura seguita dal Governo – sono davvero allarmanti e devono assolutamente essere modificate se si vuole salvaguardare il principio della comune cittadinanza italiana. Prima di tutto, l’esercizio effettivo da parte delle Regioni delle competenze che verranno loro trasferite deve seguire e non precedere la definizione dei fabbisogni standard su tutto il territorio nazionale, in modo che le risorse che affluiranno sui territori regionali siano effettivamente commisurate ai bisogni.

In secondo luogo, nella determinazione dei fabbisogni standard non deve entrare il riferimento al “gettito dei tributi maturati sul territorio regionale”: per definizione, i fabbisogni dipendono dalla popolazione residente e dalle sue caratteristiche (composizione per età, incidenza della povertà, ecc.), mentre la capacità fiscale non c’entra nulla. Questo passaggio è essenziale per garantire che autonomia non significhi trattenimento sul territorio regionale del cosiddetto “residuo fiscale”, un concetto – come ho già avuto modo di chiarire su queste colonne – lesivo del principio costituzionale di uguaglianza tra i cittadini: individui nelle stesse condizioni devono essere trattati allo stesso modo indipendentemente dalla zona di residenza, pagando imposte in relazione alla loro capacità contributiva e usufruendo di spesa per servizi e trasferimenti che dovrebbe essere in funzione dei loro bisogni.

Va poi respinta – perché incompatibile con l’unità del Paese – la richiesta di Lombardia e Veneto del trasferimento a loro favore della proprietà di importanti infrastrutture nazionali e dei poteri di autorizzazione e regolazione su di esse. Ancora, da respingere il trasferimento del personale di scuola e sanità nei ruoli della Regione e la previsione di una contrattazione integrativa regionale: qui si annida il rischio concreto di una pericolosa frantumazione dei due principali servizi di cittadinanza nel nostro Paese. Come pure risultano inaccettabili le richieste di frammentazione di competenze in materia di protezione civile e di ambiente – tematiche fondamentali per la sicurezza dei cittadini – e in materia di tutela del paesaggio – patrimonio identitario di tutti gli italiani.

Non meno importanti sono le questioni di metodo, perché portano con sé implicazioni di merito riguardo all’unità del Paese. Prima di tutto, è inaccettabile il modo con cui il Governo ha proceduto finora, con una trattativa bilaterale con la singola Regione in assenza di confronto e dibattito nel Paese: d’ora in poi ognuna delle ipotesi di intesa andrà sottoposta alla Conferenza Stato-Regioni-Autonomie locali (anche queste ultime, perché va evitato il rischio di un improprio centralismo regionale); e andrà poi portata alla discussione parlamentare, prevedendo la sua emendabilità da parte del Parlamento (che resta sempre il depositario della sovranità popolare).

I fabbisogni standard, a loro volta, devono essere definiti da una Commissione nazionale composta da Stato, Regioni (tutte) ed enti locali in modo da assicurare l’equa ripartizione delle risorse su tutto il territorio nazionale e il coordinamento della finanza pubblica. Deve poi essere previsto il parere obbligatorio della Conferenza Stato-Regioni-Autonomie locali e il parere vincolante delle Commissioni parlamentari sui decreti del Presidente del Consiglio che assegneranno alle Regioni le risorse corrispondenti alle competenze trasferite.

Porre i paletti per un’autonomia nell’unità contro i rischi di secessione è l’occasione per le Regioni del Sud per ridiventare protagoniste del dibattito nazionale: il Mezzogiorno ha voglia di crescere e di dare una prospettiva di lavoro ai suoi giovani, non di rinunciare al suo futuro per il piatto di lenticchie del “sussidio di cittadinanza”.

Articolo del 17 febbraio 2019 per il Corriere del Mezzogiorno

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