Interventi
06 Gennaio 2019

Autonomia o secessione strisciante è la partita cruciale del 2019

La partita tra autonomia regionale nel quadro dell’unità nazionale e secessione strisciante si giocherà in questo 2019 sul rispetto o meno della lettera e dello spirito della Costituzione. E’ una partita decisiva per le sorti del Mezzogiorno. Ma lo è anche per le sorti dell’Italia nel suo complesso: è solo miope e anacronistico egoismo quello

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La partita tra autonomia regionale nel quadro dell’unità nazionale e secessione strisciante si giocherà in questo 2019 sul rispetto o meno della lettera e dello spirito della Costituzione. E’ una partita decisiva per le sorti del Mezzogiorno. Ma lo è anche per le sorti dell’Italia nel suo complesso: è solo miope e anacronistico egoismo quello di chi pensa di potersi misurare con i problemi del mondo globalizzato recidendo legami culturali e interconnessioni economiche che da più di centocinquanta anni sostengono la sua stessa capacità di crescita e di sviluppo.

La lettera degli articoli della Costituzione che presiedono all’autonomia regionale (quelli dal 114 al 120) è coerente con lo spirito che sostiene i principi fondamentali che aprono la Carta: “la Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali” garantendo il principio che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge”; “è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale” che limitano “la libertà e l’uguaglianza dei cittadini”. Da questo spirito di comune cittadinanza italiana derivano due conseguenze.

La prima è che non esiste nella Costituzione alcun riferimento al concetto di “residuo fiscale”: non sono i territori in quanto tali a pagare le imposte e a beneficiare della spesa, ma gli individui che vi risiedono; l’equità orizzontale vuole che individui nelle stesse condizioni siano trattati allo stesso modo, ossia che ognuno paghi imposte in relazione alla sua capacità contributiva e goda di servizi e trasferimenti in funzione dei suoi bisogni; i cosiddetti “residui fiscali” (differenza tra imposte pagate dai residenti nella Regione e spesa pubblica che vi affluisce) derivano semplicemente dal fatto che cittadini in diverse condizioni economiche sono diversamente presenti nei vari territori.

La seconda conseguenza è che l’eventuale regionalismo differenziato riguarda, secondo l’articolo 116, “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” nell’ambito delle materie codificate dal successivo articolo 117 (in particolare quelle a competenza “concorrente” tra Stato e Regioni), non certo l’attribuzione per intero a una Regione della competenza esclusiva su una o più di esse. Si tratta quindi di individuare nell’ambito di quelle materie, su cui deve continuare a esercitarsi anche la competenza dello Stato, gli aspetti particolari che vengono trasferiti alla Regione. E con la competenza specifica anche le risorse necessarie, mantenendo l’unitarietà del sistema di finanza pubblica e senza alterare la perequazione interregionale che l’articolo 119 introduce per assicurare l’equità orizzontale tra i cittadini residenti in diverse parti del Paese.

E’ nel rispetto rigoroso di questo quadro di riferimento costituzionale che la promozione dell’autonomia regionale può diventare una ricchezza per tutto il Paese e non la prima breccia di una autolesionistica secessione. Una promozione da estendere dalle tre Regioni che ne hanno già fatto richiesta anche alle altre, comprese quelle del Mezzogiorno: autonomia che responsabilizzi le amministrazioni regionali nella gestione dei servizi e che snellisca l’azione dello Stato centrale per renderla più efficace. Perché il Sud come il Nord hanno bisogno in realtà che lo Stato faccia fino in fondo la propria parte, assumendosi le sue responsabilità di indirizzo e coordinamento della politica economica, sociale, culturale del Paese nel suo insieme: quarant’anni di regionalismo troppo spesso rivendicativo invece che responsabile hanno debilitato la compagine istituzionale e hanno compromesso in molti casi l’uso efficiente delle risorse.

Il primo passo in questa direzione è la definizione dei fabbisogni standard cui ancorare la perequazione interregionale: non a caso gli accordi preliminari definiti dal Governo Gentiloni prevedono che la loro determinazione sia propedeutica all’esercizio delle competenze conferite. Ma non basta, serve un più generale ruolo attivo dello Stato: per rimettere in moto la macchina della crescita e della coesione sociale sono necessarie politiche centrali di investimento e sviluppo e un’azione di coordinamento e monitoraggio nei confronti di Regioni e Comuni.

Sta a tutti coloro che hanno a cuore il futuro dell’Italia – al Sud come al Nord – presidiare il processo di ampliamento dell’autonomia regionale affinché sia mantenuta ben ferma la barra costituzionale, valorizzando l’autonomia senza sbavature e ammiccamenti all’egoismo. E sta alle Regioni del Mezzogiorno parteciparvi in prima persona: per contare non servono nostalgiche velleità “neo-borboniche” ma la consapevolezza di essere parte viva della Repubblica basata sulla Costituzione e la capacità di esserne protagoniste attive.

Articolo del 6 gennaio 2019 per il Corriere del Mezzogiorno

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