Interventi
16 Febbraio 2019

Acqua, con la nuova legge si rischia un balzo indietro

È la filosofia della decrescita infelice che anima la proposta di legge M5S sull’acqua. Si teorizza il ritorno ad un passato fatto di gestioni spezzettate e di interessi opachi che ignorano i bisogni dei cittadini.

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Una proposta di legge contro l’ambiente è in discussione in questi giorni alla Camera dei Deputati. Parlo di quella presentata dal M5S con il titolo accattivante di “disposizioni in materia di gestione pubblica e partecipativa del ciclo integrale delle acque”: se dovesse essere approvata bloccherebbe il recupero di investimenti in corso nel settore idrico – decisivo per superare finalmente i pesanti ritardi ambientali che affliggono il nostro Paese – con il ritorno a un passato di gestioni frammentate e preda di interessi politici che con i cittadini non c’entrano nulla. Ad animarla è la filosofia della decrescita.
Di cosa c’è bisogno per tutelare il bene comune acqua e la sua equa distribuzione tra i cittadini di oggi e di domani? Prima di tutto di un assetto istituzionale adeguato al governo pubblico del settore: poteri di indirizzo in capo a Governo e Parlamento su modalità e intensità di utilizzo della risorsa, programmazione pubblica per ambiti territoriali locali di dimensione adeguata a far emergere le economie di scala necessarie a ridurre i costi e garantire la sicurezza della fornitura ai cittadini, regolazione di tariffe e qualità del servizio da parte di un’Autorità forte perché dotata delle necessarie competenze e dell’indipendenza da interessi di parte e da intromissioni politiche.
In secondo luogo, c’è bisogno di soggetti gestori del servizio idrico integrato che abbiano le capacità economiche e tecniche per investire nel processo produttivo che porta l’acqua dalle fonti ai rubinetti delle case (acquedotti) e da questi alla restituzione della risorsa all’ambiente naturale e al ciclo stesso dell’acqua (fognature e depuratori): un’attività che per la sua complessità manageriale e ingegneristica richiede una impostazione non burocratica ma imprenditoriale, che quindi – nel rispetto degli indirizzi, della programmazione e della regolazione pubbliche – solo vere e proprie imprese, anche completamente pubbliche purché imprese, possono svolgere in modo adeguato a garantire costi contenuti e qualità del servizio per i cittadini.
E’ quanto si è andato faticosamente costruendo nel nostro Paese in questi anni, soprattutto con la svolta normativa che nel 2012 ha affidato la regolazione del settore all’Autorità per l’energia, oggi Autorità per energia, reti e ambiente (Arera). Non a caso, grazie alla stabilità del quadro regolatorio che ne è derivato, si è avuta una ripresa degli investimenti nel servizio idrico, che sono raddoppiati passando da meno di 1,3 miliardi all’anno fino al 2012 a circa 2,6 miliardi nel 2018. Investimenti di cui il nostro Paese ha assoluto bisogno dal punto di vista ambientale e di qualità della vita dei cittadini, in particolare in quelle aree del Paese, come il Mezzogiorno, che più hanno sofferto l’invecchiamento delle reti acquedottistiche e la mancanza di impianti di depurazione.
Cosa prevede la proposta di legge 5 stelle? Sottrae la regolazione all’Autorità e la riporta in capo al Ministero dell’ambiente; smantella gli ambiti territoriali ottimali costruiti in questi anni, frammentandoli su dimensioni “non superiori alla provincia” e consentendo di uscirne ai comuni con meno di 5 mila abitanti; revoca entro fine 2020 gli affidamenti del servizio di cui siano titolari imprese, anche ove interamente pubbliche, per dare in gestione il servizio a enti pubblici o aziende speciali, ossia in ogni caso a rami delle stesse amministrazioni. E’ esattamente l’assetto istituzionale e gestionale del passato, quello che ha generato i gravi ritardi del nostro Paese in materia di tutela della risorsa – si pensi agli sprechi derivanti dalle perdite di rete – e di tutela dell’ambiente – si pensi alla carenza di depuratori in grado di salvaguardare i nostri mari e i nostri fiumi.
Un simile ritorno indietro non sarebbe indolore: lo smantellamento del quadro programmatorio e regolatorio bloccherebbe inevitabilmente gli investimenti in corso, mentre le gestioni tramite enti burocratici riporterebbero in auge le inefficienze del passato, condannando il nostro Paese a un degrado del sistema idrico dalle conseguenze ambientali inaccettabili. E’ appunto la decrescita infelice.

Articolo del 16 febbraio 2019 per il Corriere della Sera

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